Verso la Giornata mondiale del rifugiato, 20 giugno. Monsignor Russo: «Nessun cristiano dimentichi i luoghi del dolore».
Oggi pomeriggio, alle 18,30, si è tenuta la preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi per raggiungere l’Europa. A presiedere la Veglia ecumenica “Morire di speranza” il segretario generale della Cei, il vescovo Stefano Russo.

Sono 40.900 le persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nei primi mesi del 2020, quando, nonostante la situazione di emergenza causata dal Covid-19 sono state 528 – per metà donne e bambini – le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

La diretta dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma è stata trasmessa in streaming sulla homepage e sulla pagina Facebook della Comunità di Sant’Egidio, che organizza questa preghiera ecumenica insieme all’Associazione Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Scalabrini Migration International Network (SMIN), ACLI, e Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, l’ACSE.

 

Durante la preghiera sono stati letti i nomi di quanti hanno perso la vita nei viaggi verso l’Europa.

L’omelia di monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei

(Pronunciata dopo la lettura di Mc 14, 45-52)

Carissimi fratelli e carissime sorelle,
celebriamo la Veglia di preghiera “Morire di Speranza”, in comunione con papa Francesco. Le immagini pasquali che lo hanno visto in preghiera sul sagrato deserto di Piazza San Pietro sono rimaste impresse in modo indelebile nel nostro cuore ed hanno raggiunto i confini della terra caratterizzando particolarmente questo nostro tempo che oserei dire “fuori del tempo”.

Riascoltiamo le sue parole, portando nel cuore non solo le attese personali, ma facendo nostre quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest’anno e ancor più nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza.

“Come i discepoli del Vangelo – ha detto il Papa – siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda.”.

Oggi siamo insieme a numerosi amici e amiche che hanno varcato il Mediterraneo o sono giunti in Europa attraverso vie di terra: molti fra voi hanno dolorosamente perso amici e parenti. Siamo insieme alla Comunità di Sant’Egidio, e a tutti voi che fate di questa memoria un appello alla coscienza dei cristiani, della società civile e dei popoli: Centro Astalli, Caritas Italiana, Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Scalabrini Migration International Network, Acli, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione Comboniana Emigranti e Profughi. Spero veramente di non aver dimenticato nessuno. Che non appaia formale questa mia precisazione.

Ho citato sigle che possono apparire distanti a chi non ha familiarità con queste realtà, ma in verità ad ognuna di queste sigle corrispondono persone che si spendono ogni giorno per vivere quella prossimità che diventa un obbligo del cuore quando come cristiani ci rendiamo conto che questa può diventare una risposta importante alla chiamata che il Signore fa agli uomini e alle donne del nostro tempo. Questa assemblea liturgica si allarga ai tanti che sono collegati e alle altre veglie che hanno luogo a Roma, in Italia e nel mondo.

Il Signore Gesù viene incontro a quelli che egli ama mentre sono nella tempesta, come sul Mare di Galilea. Paralizzati dal terrore e dalla paura, i Dodici lo credono un fantasma, perché sembra impossibile camminare sulle acque, avere ragione della natura e delle avversità. Eppure il Signore avanza, con la stessa parola che attraversa tutte le Scritture: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Camminare sulle acque, dominare le forze oscure e incomprensibili del male: tutto avviene nella fede e nell’accoglienza delle proposte del Vangelo. Proposte che, in alcuni casi, possono apparire difficilmente praticabili. Pensiamo all’amore per i nemici o all’amore e la cura per lo sconosciuto percosso e abbandonato, significati dal Buon Samaritano, ancora straniero a un cristianesimo timido e poco empatico.

Ma tutto è possibile a Dio. Ed è possibile ai discepoli, quando credono e si fidano di lui. I venti contrari sono certo forti e chi più ne soffre sono i poveri: nel tempo della pandemia, come non pensare a chi è costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia – pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, già Europa, o chi si accalca alle sue frontiere.

Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi. Luoghi di dolore, dove, più di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni già invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all’acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?

“Di questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha ricordato Francesco durante l’Angelus di domenica 14 parlando proprio della situazione in Libia.

Se siamo qui è perché non solo non ci sentiamo dispensati, ma perché sappiamo che Gesù non è mai indifferente, anzi: salì sulla barca dei suoi amici e la sua presenza calmò le acque. È quindi la sua presenza a donarci nuovamente l’audacia e la forza: della preghiera e del gesto. E non dimentichiamo, in questo tempo dopo la Pentecoste, che, non il vento del Mar di Galilea, ma il vento dello Spirito spinse i discepoli frastornati incontro ai popoli allora conosciuti, parlando una lingua nuova che tutti potevano intendere. La lingua dell’amore, che particolarmente nel tempo della pandemia ha visto molti soccorrere i più soli e i più esposti. Fra essi abbiamo presenti i volti di tanti e tante badanti, delle colf, di immigrate e rifugiate che si sono prese cura degli anziani impedendo che fossero abbandonati alla solitudine e preda del contagio negli Istituti. Sono stati tanti quelli che hanno avuto compassione e hanno portato il loro contributo per sfamare chi era senza casa.

Ancora, papa Francesco, nel Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato di quest’anno, così esortava: “Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere è necessario condividere”. Per questo, vorrei spendere anche una parola sull’occasione propizia che ci è data di fare emergere tanti stranieri, “nuovi europei” dalla condizione di invisibili, valorizzando il loro lavoro e la loro presenza, preziosa per l’Italia e per loro stessi.

Nella preghiera ora risuoneranno alcuni fra i nomi di coloro che sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Ciascuno di loro è prezioso agli occhi di Dio, e lui, che non dimentica nessuno, aiuti noi, le nostre comunità di fede, il nostro Paese, la speranza di chi cerca un approdo di bene, di vita, di pace. Amen

Alla veglia ha partecipato P. Venanzio Milani e una piccola rappresentanza Acse (Claudio e Vanessa) a causa del limite di spazio per il coronavirus. P. Milani ha letto l’intenzione di preghiera per gli africani morti per le migrazioni verso l’Europa e all’interno dello stesso continente africano.