È stato presentato oggi a Roma il secondo rapporto di monitoraggio sui Centri di permanenza per i rimpatri in Italia, realizzato dal Tavolo asilo e immigrazione. Nel documento si riferisce di “un sistema che produce sistematicamente sofferenza e compromissione della salute” delle persone trattenute. L’appello: “Chiediamo alla società e alla politica che i Centri vengano eliminati”

Beatrice Guarrera – Città del Vaticano

«Questo posto è disumano. Non abbiamo cibo perché quello che ci portano è scaduto. Se chiedi un medico non ti ascoltano finché o cadi per terra morto o accendi il fuoco». Sono le parole di Adil, trattenuto in uno dei Centri di permanenza per i rimpatri, riportate in Cpr d’Italia: istituzioni totali, il rapporto presentato oggi, mercoledì 28 gennaio, a Roma, nella Sala caduti di Nassiriya del Senato. «Sono qui da 10 mesi! Sai quante cose si possono fare in 10 mesi… Qui non facciamo niente. Niente. Ogni giorno qualcuno si taglia, perché non ce la fa più», denuncia Mohammad, un tunisino che ha trascorso in Italia quindici anni prima di essere trattenuto. La sua è un’altra delle drammatiche testimonianze contenute nella ricerca, realizzata del Tavolo asilo e immigrazione (Tai), che costituisce il secondo rapporto di monitoraggio (dopo quello del 2024) sui Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino, Trapani.

Un quadro generale estremamente grave

Un lavoro multidisciplinare che, si legge, «ha confermato che i Cpr italiani hanno a tutti gli effetti la natura di istituzioni totali». «La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri — riferisce il documento — la totale spersonalizzazione dei reclusi, la abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo “immagazzinate” nelle strutture, delineano un quadro generale estremamente grave», che «dipende da fattori di natura strutturale». A tali conclusioni si è giunti dopo un accurato lavoro di ricerca, portato avanti,  sulla scia del report 2024, con l’obiettivo di  «continuare a entrare nei Cpr, documentare, raccogliere dati, ascoltare le persone recluse, denunciare pubblicamente le violazioni» per «rifiutare l’idea che esistano vite sacrificabili e libertà negoziabili». Nel corso del 2025, dunque, le delegazioni del Tai hanno effettuato visite in dieci Cpr sul territorio nazionale, riscontrando «gravi difficoltà nell’accesso alla documentazione, spesso fornita in modo incompleto, frammentario o non fornita affatto dagli enti gestori, confermando una persistente mancanza di trasparenza».