L’infanzia negata

Dietro i grandi numeri si nasconde la tragedia dei più vulnerabili. Nel 2025, le stime indicano 35,5 milioni di bambini colpiti da malnutrizione acuta, di cui quasi 10 milioni nella sua forma più grave e letale. Questi numeri, particolarmente gravi in contesti come Gaza, Myanmar, Sud Sudan e Sudan, non derivano solo dalla mancanza di cibo, ma dall’effetto combinato di diete inadeguate, diffusione di malattie e un collasso totale dei servizi essenziali, idrici e sanitari.

Il crollo dei fondi umanitari

Il rapporto del 2026 evidenzia anche un paradosso statistico preoccupante. Sebbene il numero totale di persone affamate (266 milioni) possa apparire marginalmente inferiore rispetto ai picchi passati, questo dato maschera una realtà ben più grave: un collasso nella raccolta dei dati. Nel 2025, ben 18 Paesi non disponevano di dati aggiornati e comparabili per l’analisi. Tra questi figurano nazioni in profonda crisi come Burkina Faso, Repubblica del Congo ed Etiopia, che solo nel 2024 contavano oltre 27 milioni di persone in stato di necessità urgente. La riduzione dei numeri non indica dunque una vittoria contro la fame, ma un “buco nero” informativo causato dalle difficoltà di accesso sui territori e dai tagli drastici ai finanziamenti, tornati ai minimi storici.

Serve un cambio di paradigma

Le prospettive per il 2026 rimangono estremamente cupe, con il conflitto in Medio Oriente che minaccia ulteriori instabilità nei mercati agroalimentari e un aumento dei costi logistici ed energetici a livello globale. Di fronte a un’emergenza ormai cronicizzata, le agenzie internazionali chiedono un radicale cambio di passo. Non si tratta più solo di inviare aiuti d’emergenza, sottolinea la Fao,  ma di investire nell’adattamento climatico, rafforzare le economie rurali e, prima di ogni altra cosa, imporre il rispetto del diritto internazionale umanitario per garantire che il cibo non venga mai più usato come un’arma.