Stefano Leszczynski (Città del Vaticano)  

Il 2019 verrà ricordato come l’anno delle vite sospese. Sono le vite delle migliaia di migranti abbandonati al proprio destino in Libia, nei campi delle isole greche, sulle stesse navi che li hanno soccorsi nel Mediterraneo. Ma potrebbe anche essere ricordato come l’anno delle morti ignorate: la sorte perlopiù non documentata che è toccata ad 1 migrante ogni 33, affogato nel Mediterraneo. Nell’anno appena trascorso sono stati 11.471 i migranti approdati in Italia, con un calo del 90% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2018. Oggi l’emergenza non è quella relativa agli sbarchi, ma è quella della precarietà, dell’insicurezza e della mancata integrazione provocata dai decreti sicurezza, convertiti in legge dal Parlamento italiano nel 2018.

Esclusi dalle leggi, bisognosi di integrazione

Delle 20mila persone accolte dal Centro Astalli nel 2019, 11mila vivono nella Capitale. La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, vestiario, ambulatorio) è alta in tutti i territori. Oltre 3.000 utenti hanno usufruito della mensa di Roma: tra loro ben il 35% è titolare di protezione internazionale. 4.745 i pasti serviti dai volontari nel corso dell’anno. Per la maggior parte si tratta di persone che, uscite dall’accoglienza assistita a causa dei decreti sicurezza, sono state costrette a rivolgersi nuovamente alla mensa in mancanza di alternative. Il centro diurno a Palermo ha accolto 850 nuovi utenti. A Trento per far fronte ai tagli ai servizi sociali è nato il progetto una ‘Comunità Intera’, un servizio di accoglienza e assistenza a cui si sono rivolti oltre 250 richiedenti asilo e rifugiati senza dimora. Gli effetti dei decreti convertiti in legge si sono fatti sentire anche in ambito sanitario. Tra gli utenti dell’ambulatorio di Roma è aumentata la presenza di donne migranti, soprattutto somale e nigeriane, arrivate di recente in Italia. Molte di loro, pur essendo portatrici di vulnerabilità importanti, sono escluse dai circuiti di accoglienza e vivono in condizioni di grave marginalità, con ripercussioni sulla loro salute.

 Il 2019 un anno record per i profughi

Secondo l’UNHCR nel solo 2019, circa 71 milioni di persone nel mondo si sono trovate nella condizione di dover lasciare la propria casa in fuga da guerre, persecuzioni, calamità naturali. I rifugiati in Europa sono oltre 25 milioni, più della metà bambini, molti senza famiglia. Si fugge dall’Afghanistan, nonostante la comunità internazionale continui a parlare di un Paese pacificato; si fugge dai villaggi e dalle città in Yemen, dove più di 3,6 milioni hanno lasciato le proprie case. In Africa, solo dal Sud Sudan, oltre 2 milioni di persone sono state costrette a mettersi in cammino. Ma la crisi migratoria più vasta rimane quella siriana che, entrata nel suo decimo anno di guerra, ha causato la fuga di oltre 5,5 milioni di persone, mentre sono più di 6 milioni gli sfollati interni che vivono in condizioni di estrema povertà.

Per l’Unhcr il 90% dei rifugiati è in Paesi con strutture sanitarie fragili

“La pandemia che stiamo vivendo e molto intensamente in Italia ha reso il quadro più drammatico: il 90% dei rifugiati vivono in Paesi con strutture sanitarie fragilissime, l’impatto rischia di essere catastrofico a livello sanitario mentre gli effetti economici della pandemia sono già tangibili, visto che parliamo di persone che per lo più lavorano a giornata”, ha detto sempre in un videomessaggio Filippo Grandi, Commissario Onu per i Rifugiati (Unhcr).

“Noi dell’Unhcr insieme a voi – sottolinea – ci battiamo perché i rifugiati siano inseriti nei programmi dei governi per proteggere economicamente gli strati più fragili della popolazione. E’ un imperativo non voltare le spalle a chi fugge in cerca di salvezza, è possibile sia garantire la salute pubblica, sia proteggere chi fugge. Il salvataggio in mare resta un imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. L’unico modo di superare questo momento di crisi è restare uniti e continuare a lavorare insieme”