Tata Kpondù era un uomo anziano, lebbroso all’ultimo stadio, camminava a fatica, già il volto era stato avvolto dalla lebbra. Così come antecedentemente i piedi e le mani.

Il suo nome significa: intingolo croccante fatto con le foglie verdi della manioca. Era nato mentre la mamma stava cucinando questo succulento piatto per la sua famiglia.

Era arrivato un giorno alla nostra missione di Viadana, dove io vivevo insieme alle giovani postulanti (giovani in cammino verso la consacrazione comboniana). E gli avevamo costruito una capanna vicino alla nostra casa. Questo fatto lo rese riconoscente verso di noi. Ogni notte faceva la ronda intorno alla nostra casa. Diceva: “Devo proteggere queste donne di Dio che sono sole di notte. Senza di me avrebbero paura”. Ci faceva sorridere ogni volta che lo raccontava in giro.

 

Alla missione c’era una suora, che quando andava alla città, gli portava un pacchetto: “un pane bianco tutto per lui”. Un giorno gli portò una “coperta”. Un’altra volta gli portò “una pentola nuova”.

“È per te, Tatà Kpondù” gli diceva. E lui era felice. Viveva in una piccola capanna, era una sola stanza, buia e molto povera. Non sempre veniva alla preghiera nella chiesa parrocchiale e a volte mi sono ritrovata a chiedermi interiormente chi fosse per lui Gesù, che cosa significava la nostra vita cristiana. Lui parlava sempre poco. Era stato rifiutato dalla sua famiglia, che abitava lontano da noi, perché lebbroso. E portava nel cuore questa ferita insanabile.

 

Un giorno la direttrice di una scuola della città vicina, Maman Annie, venne una settimana nella nostra comunità per fare dei giorni di preghiera guidati da me, come un ritiro spirituale personalizzato. Al termine prima di rientrare in città, mi raccontò quanto gli aveva confidato Tatà Kpondù a nostro riguardo.

 

Le disse così: “Vedi queste suore, vedi quella suora, quando va in città mi porta sempre un pane bianco, è tutto per me. Un giorno mi ha portato una coperta per me, un altro giorno una pentola, tutta per me. Era mia. Vedi prima andavo nelle capanne a chiedere un pezzo di pane, me lo davano, anche una camicia mi davano se la mia era sporca o stracciata. Ma per loro, per la gente ero come “una cosa”, a cui si poteva dare qualcosa per pietà.

Invece questa suora, attraverso quel gesto di donarmi un pane bianco, che si trova solo in città, un pane tutto per me… quel gesto ha fatto di me non più una cosa, quel gesto mi ha reso “una persona, una persona amata”.

Oggi mi sento come quell’uomo invitato al banchetto nuziale del Re. Lui mi ha chiamato alla Sua mensa. Sono amato dal Signore”.

 

Per me Tatà Kpondù è stato un PONTE, perché attraverso le sue parole è arrivata a me la PAROLA di Dio. Quella parola che mi ha toccato profondamente nel cuore ed io sono stata evangelizzata dai suoi gesti semplici, dalle sue parole illuminate dalla luce e dalla sapienza dello Spirito di Dio.

Aiutare le persone è questo: farle sentire persone amate con i nostri gesti concreti.

Da Tata Kpondù ho imparato a come esercitare la carità, come aiutare; la metodologia missionaria me l’ha insegnata lui, questo anziano lebbroso.  

 

In questo momento di pandemia universale, dove sofferenza, paura, morte le vediamo tutti i giorni, impariamo da questo saggio lebbroso, come aiutare le persone, come entrare nel loro cuore, impariamo ad essere evangelizzati dai poveri che incontriamo.

 

Ora dal cielo Tatà Kpondù prega per noi!

 

Suor Maria Rosa Venturelli