Milano – Secondo il Rapporto statistico del Ministero dell’Istruzione (2021) oggi sui banchi di scuola siedono 876.801 studenti non italiani e, se si includesse in tale stima anche i figli di coppie miste o adottati, e coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, i numeri raddoppierebbero, collocandosi tra il milione e mezzo e i due milioni di alunni (su un totale di circa otto milioni di studenti). Parliamo di persone, bambine e bambini, ragazze e giovani, già in mezzo a noi.
Mentre a livello politico si infiamma la battaglia sullo Ius scholae (come ieri quella per lo Ius culturae), la realtà delle nostre aule è molto più avanti dei contrasti di parte e ci racconta come, per gli insegnanti e i dirigenti italiani, a scuola nessuno è straniero, ma ciascuno, nella sua singolarità psicologica, sociale e culturale, è una persona da accogliere e da accompagnare nella crescita, perché possa fiorire.
Sarebbe desiderabile che la politica ascoltasse la lezione di realtà che la scuola propone e che contiene una grande saggezza: la possibilità di futuro e di sviluppo di un Paese è legata alla cura dell’intelligenza e del cuore dei bambini e dei giovani che frequentano la scuola.
Purtroppo i riflettori dell’attenzione mediatica vengono accesi solo in presenza di episodi di criminalità quando vedono protagoniste persone non italiane, e su questo fanno leva le forze politiche ostili allo Ius scholae per alimentare rabbia e paure, in previsione di un tornaconto elettorale, perdendo così di vista l’unica prospettiva vantaggiosa per il nostro futuro, che è quella dell’accoglienza. Riconoscere il desiderio di questi nuovi italiani di diventare a pieno titolo cittadini italiani, così come oggi, a pieno titolo, fanno parte della classe che frequentano e della scuola del quartiere dove abitano, è investire sul futuro del nostro Paese, oggi interessato da un crescente invecchiamento e da una preoccupante diminuzione del numero di nascite. Dobbiamo poter contare sull’intelligenza, il talento, la passione civile di tutti e la via da seguire è quella dell’inclusione e non dell’esclusione, non solo nella scuola, ma nella comunità sociale.
Questo lo hanno capito gli insegnanti, le parrocchie, le associazioni di volontariato, le società sportive e ricreative. È già tanto, ma non è sufficiente. Quello che nella scuola e nella società civile è realtà diffusa chiede oggi alla politica di superare pregiudizi ideologici e calcoli di corto respiro.
La scuola è il più grande luogo di inclusione di cui disponiamo, dove gli studenti di ogni età e di ogni appartenenza sociale e culturale, imparano a diventare cittadini. Nel 2019 il Parlamento italiano, con voto unanime, ha approvato la legge n.92, che introduce l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Nel testo si afferma una idea di cittadinanza non semplicistica o puramente formale, ma attiva, partecipativa, pluridimensionale, inclusiva. Se è stato possibile per il Parlamento trovare un accordo solo qualche anno fa, in tema di cittadinanza, dovrebbe essere in grado di farlo anche oggi, in coerenza con la visione che allora è stata condivisa. (Italo Fiorin – Presidente Scuola di Alta Formazione Eis, Università Lumsa e membro dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura del Ministero dell’Istruzione).
Si tratta di una lettera pubblicata oggi su Avvenire