Dalla Francia è giunta una notizia carica di valenze simboliche: verrà concessa la cittadinanza a oltre 700 immigrati stranieri che si sono distinti per l’impegno profuso in prima linea di fronte alla pandemia di Covid-19. Si tratta di medici, infermieri e operatori sanitari, ma anche di addetti alle pulizie, commessi dei negozi, assistenti dell’infanzia: «Hanno tutti dimostrato il loro impegno nei confronti della nazione, e ora tocca alla Repubblica fare un passo verso di loro», ha dichiarato Marlène Schiappa, sottosegretaria francese alla cittadinanza.

La notizia colpisce per almeno due motivi. In primo luogo, fa riflettere per la disattenzione che il nostro Paese ha dimostrato verso l’analogo servizio prestato da molti lavoratori immigrati, tra i quali purtroppo non sono mancati i contagiati e le vittime. La sanità è il settore di punta, con 22mila medici provenienti dall’estero, 38mila infermieri e altri 17.500 operatori delle professioni sanitarie, secondo i dati forniti dall’Amsi (Associazione medici stranieri in Italia). È sufficiente visitare una Rsa o un ospedale, specialmente se privato, soprattutto in Lombardia e in altre aree del Centro-Nord, per accorgersi di quanto diffuso sia ormai il ricorso a personale di origine straniera, e non solo nelle mansioni di base. Al di fuori della sanità, dall’igienizzazione dei locali, alla raccolta di frutta e verdura nei campi, alla consegna di cibo e merci a domicilio, all’assistenza a domicilio degli anziani fragili, la nostra sopravvivenza al Covid ha dovuto molto al lavoro oscuro (e spesso malpagato) di centinaia di migliaia di lavoratori immigrati. Al di fuori della contrastata e parziale sanatoria per una quota dei soggiornanti-lavoratori in condizione irregolare, circa 200mila, è mancato nel discorso pubblico un riconoscimento adeguato del loro apporto al Paese.

Qui si inserisce il secondo motivo d’interesse per l’iniziativa francese. Nel dibattito degli ultimi anni, molto si è insistito sulla “meritevolezza” come requisito per l’accesso alla cittadinanza. Per questo in Europa lo ius soli automatico, alla nascita, è stato ovunque abolito, anche se per la verità ne rimangono espressioni sfumate o dilazionate. Pure in Italia il principio per cui la cittadinanza va meritata è stato brandito nella passata legislatura per contrastare la riforma della legge vigente.

Il corrispettivo dell’enfasi sulla meritevolezza, se la battaglia è stata condotta con onestà intellettuale e politica, dovrebbe però essere l’apertura verso chi ha acquisito dei meriti nel servizio alla comunità nazionale. Non meriti generici, e neppure occasionali, ma servizi dispensati con abnegazione e mettendo a rischio la propria incolumità personale. Proprio come nell’esempio francese.

Un primo impegno per il 2021: in attesa di una riforma complessiva dell’istituto della cittadinanza, potrebbe perciò essere quello di cominciare a concedere la cittadinanza su richiesta, in tempi rapidi (per esempio, tre mesi), agli operatori sanitari stranieri che hanno prestato assistenza e cure negli ospedali e nelle Rsa durante la pandemia. Adottiamo la meritevolezza come criterio per includere, e non più soltanto come arma retorica per sbarrare la strada alla piena integrazione nella comunità nazionale.

Cfr. Avvenire 13.1.21