“Nella mia vita ho avuto tre situazioni ‘Covid’: la malattia, la Germania e Cordoba”. Lo scrive papa Francesco nel suo libro “Ritorniamo a sognare” (Piemme) scritto con il giornalista Austen Ivereigh, in uscita dal 1° dicembre. Un brano del volume lo anticipano oggi La Repubblica e La Stampa.

La malattia, l’acqua nei polmoni

Quando a 21 anni ho contratto una grave malattia, ho avuto la mia prima esperienza del limite, del dolore e della solitudine – scrive il Papa -, per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto. Nemmeno i medici sapevano se ce l’avrei fatta. Era il 13 agosto 1957. Per prima cosa mi estrassero un litro e mezzo di acqua da un polmone, poi restai a lottare tra la vita e la morte. A novembre mi operarono per togliermi il lobo superiore destro del polmone. So per esperienza come si sentono i malati di coronavirus che combattono per respirare attaccati a un ventilatore”.

Francesco ricorda in particolare l’episodio di due infermiere che “mi hanno insegnato che cosa significa usare la scienza e saper andare anche oltre per rispondere alle necessità specifiche”. “Da quella esperienza ho imparato un’altra cosa: quanto sia importante evitare la consolazione a buon mercato. Le persone mi venivano a trovare e mi dicevano che sarei stato bene, che non avrei mai più provato tutto quel dolore: sciocchezze, parole vuote dette con buone intenzioni, ma che non mi sono mai arrivate al cuore”. A differenza di un’insegnante che “venne a vedermi, mi prese per mano, mi diede un bacio e se ne stette zitta per un bel po’. Poi mi disse: ‘Stai imitando Gesù’. Non c’era bisogno che aggiungesse altro. La sua presenza, il suo silenzio, mi donarono una profonda consolazione”.

All’estero: la solitudine che ti fa estraneo

Il Papa parla poi di ciò che chiama “il Covid dell’esilio”, “il periodo tedesco, nel 1986. Ci andai per studiare la lingua e a cercare il materiale per concludere la mia tesi, ma mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. Ricordo il giorno in cui l’Argentina vinse i Mondiali. Non avevo voluto vedere la partita e seppi che avevamo vinto solo l’indomani, leggendolo sul giornale. Era la solitudine di una vittoria da solo, perché non c’era nessuno a condividerla; la solitudine di non appartenere, che ti fa estraneo. Ti tolgono da dove sei e ti mettono in un posto che non conosci e in quel mentre impari che cosa conta davvero nel luogo che hai lasciato”.

Senza uscire: una specie di quarantena

Bergoglio afferma poi che “a volte lo sradicamento può essere una guarigione o una trasformazione radicale. Così è stato il mio terzo ‘Covid’, quando mi mandarono a Córdoba dal 1990 al 1992. In quella residenza gesuita trascorsi un anno, dieci mesi e tredici giorni. Celebravo la Messa, confessavo e offrivo direzione spirituale, ma non uscivo mai. Fu una specie di quarantena, di isolamento, come nei mesi scorsi è successo a tanti di noi, e mi fece bene. Uno sradicamento di quel tipo, con cui ti spediscono in un angolo sperduto e ti mettono a fare il supplente, sconvolge tutto. Le tue abitudini, i riflessi comportamentali, le linee di riferimento anchilosate nel tempo, tutto questo è andato all’aria e devi imparare a vivere da capo, a rimettere insieme l’esistenza”.

“Di quel periodo, oggi, mi colpiscono in particolare tre cose – prosegue il Papa -. Prima, la capacità di pregare che mi è stata donata. Seconda, le tentazioni che ho provato. E terza che allora mi sia capitato di leggere i trentasette tomi della Storia dei Papi di Ludwig Pastor. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto! Questi sono stati i miei principali ‘Covid’ personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore”.